Nuova guerra fredda

 Si è parlato molto nei giorni scorsi dello scandalo di Biot un ufficiale di Marina in forza allo Stato Maggiore che scatta delle foto dal suo computer e poi, secondo le ricostruzioni dell'inchiesta, mette tutto in una scatola delle medicine e la consegna a un "addetto militare" russo in forza all'ambasciata a Roma, per la modica somma di 5000 euro, pare. Il metodo va avanti per molti mesi, nei servizi segreti scatta l'allarme e, dopo una serie di pedinamenti, intervengono i Ros, che fermano i due dopo uno scambio in un parcheggio di Spinaceto, periferia sud di Roma. Arrestato l'ufficiale, la Farnesina convoca l'ambasciatore ed espelle i due diplomatici russi. Tutti accusati di gravi reati attinenti allo spionaggio e alla sicurezza dello Stato. 

Ne hanno parlato Il Messaggero, l'Agi, il Giornale e altri. 




Qui un interessante articolo di Insideover 

La domanda, come sempre in questi casi, è la seguente: Cui prodest? A chi giova il deterioramento delle relazioni bilaterali tra Cremlino e Palazzo Chigi in un momento delicato quale attuale? Sicuramente né all’Italia, entusiasticamente in fermento per la cooperazione vaccinale e un possibile lenimento delle sanzioni russe ai prodotti alimentari nostrani, né alla Russia, che si gioca la fiducia di una storica “voce amica” all’interno della Comunità euroatlantica, ma ad un insieme variegato di giocatori accomunati dall’obiettivo di aumentare le frizioni lungo l’asse Roma–Mosca.

Qualcosa non torna, parla Mori

Il 31 marzo ha avuto delle accezioni profondamente diverse per Italia, AustriaFrancia e Germania, sebbene tutte legate alla Russia. Per noi il 31 marzo è la data dell’arresto del capitano di fregata Walter Biot, dato in pasto al pubblico il giorno dopo, per Vienna è la conferma dell’esistenza di un tavolo negoziale per l’acquisto di un milione di dosi di Sputnik V e per Berlino e Parigi è il giorno di una video-conferenza a tre fra Angela Merkel, Emmanuel Macron e Vladimir Putin durante la quale si è discusso di cooperazione multisettoriale.

Il 31 marzo, in breve, è stato funesto soltanto per l’Italia, la cui timida corsa in direzione della Russia, nel nome della cooperazione vaccinale e della mitigazione dell’embargo alimentare, ha subito un brusco arresto. Come abbiamo spiegato in occasione dello scoppio dello scandalo spionistico, è altamente probabile che il Cremlino reagisca all’espulsione dei due funzionari in maniera simmetrica, oppure “asimmetrica al ribasso”, perché non è nel suo interesse un ulteriore deterioramento delle relazioni bilaterali con Roma. Se al caso seguiranno ritorsioni di una certa gravità, riguardanti Sputnik V, sanzioni e altri dossier, esse proverranno da parte italiana. Perché come ha spiegato Mario Mori, ex direttore del Sisde, c’è qualcosa che non torna nella vicenda: la canea (forse) voluta da qualcuno per ragioni politiche.

Cui prodest?

Mori, non certo un dietrologo da bar, si è detto meravigliato dal “clamore” mediatico del caso, osservando come “potrebbe trattarsi della solita, banale lingua lunga di qualche nostro funzionario che parla con la stampa, però mi sembra strano, perché conosco quelli che lavorano in quel settore e non hanno la lingua lunga”. Conoscendo l’ambiente dello spionaggio e ricollegando la vicenda al clima guerrafreddesco che sta avvolgendo l’arena internazionale, ne consegue, secondo Mori, che potrebbe aver avuto luogo una “fuga di notizie” data da “qualche decisione a livello governativo, anche in un quadro di valutazione di politica generale”.

L’ex direttore del Sisde non ha dubbi: “il caso è stato ingigantito, perché tutto sommato quell’ufficiale, un tenente colonnello con quella collocazione, non è che poteva avere i segreti della Nato”. Di nuovo, la domanda è sempre la stessa: cui prodest? L’ingigantimento del caso, con annesso un possibile deterioramento delle relazioni bilaterali tra Roma e Mosca, potrebbe giovare soltanto a quattro attori: Washington, Berlino, Parigi e la lobby atlantica nostrana.

La stampa specializzata, del resto, ha già intravisto dei possibili messaggi subliminali nel caso Biot – il cui adeguato leveraggio potrebbe consentire al governo Draghi di reiterare alla Casa Bianca il fermo posizionamento atlantico dell’Italia, nonché di ridurre ulteriormente i sentimenti russofili di una certa area politica, ottenendo in cambio dei maggiori margini di manovra nel Mediterraneo –, ma non ha approfondito l’altra pista: quella di un possibile sabotaggio ordito tra Parigi e Berlino a danno della consolidata tradizione diplomatica dell’Urbe, in dialogo attivo (e proattivo) con Mosca anche ai tempi della Guerra Fredda.

Il tempo aiuterà a comprendere chi ha perduto e chi ha guadagnato dal caso Biot, ma qualcosa già la sappiamo: presagi funesti ed eventi lugubri accadono ogniqualvolta fra Palazzo Chigi e Cremlino vi siano prove di riavvicinamento (il “Savoinigate” docet) e, del resto, mentre a Roma si piangeva, a Berlino e Parigi si rideva (in compagnia di Mosca). Mori ha sollevato dei dubbi legittimi; al pubblico l’onere di riflettere sulle zone grigie dello scandalo e di rammentare qual è il contesto che sta facendo da sfondo all’intera vicenda una nuova guerra fredda.

Chi ha fatto uscire la notizia sull’arresto di Walter Biot e perché. Deve essere questa la domanda che bisogna porsi dopo che lo scandalo ha superato il recinto di via XX Settembre diventando di dominio pubblico. Perché se è vero che l’informazione è importante, e se è fondamentale per un Paese democratico che tutto sia fatto in modo trasparente e alla luce del Sole, è altrettanto evidente che un affaire di spionaggio non rientra tra le categorie fisiologicamente “trasparenti” di uno Stato. Le operazioni di intelligence esistono da quando probabilmente esiste una qualsiasi forma di potere. E l’Italia, territorio di caccia per le grandi potenze, non è mai stata estranea a questo genere di operazioni. Né può dirsi semplicemente vittima di questo gioco, avendo anche noi servizi segreti di livello assoluto.

Perché tanto clamore?

Sgombrato il campo dalla sorpresa con cui molti sembrano aver scoperto che in Italia esistono le spie, il problema adesso è capire perché questo livello di segretezza che da sempre contraddistingue le operazioni di intelligence sia stato completamente infranto nel caso Biot. Cosa è scattato per rendere questo affaire di spie un affare di Stato? Chi ha dato il via a un’operazione mediatica senza precedenti sul fronte del controspionaggio? Le risposte probabilmente non arriveranno mai in via definitiva. Ma come in ogni analisi, bisogna partire dal “cui prodest”. Chi aveva interesse all’esplosione della bolla evitando che l’arresto e l’espulsione rimanessero un “gioco di spie” rinchiuso nei fascicoli delle procure e delle agenzie di sicurezza.

Partiamo da un presupposto: non è il prima volta. Casi di tradimenti, ricatti, compravendita di dossier e uomini che passano al nemico sono abbastanza comuni nel mondo dell’intelligence. Lo ha spiegato in modo molto chiaro ad AdnKronos l’ex generale del Sisde Mario Mori, che infatti si meraviglia soprattutto del clamore. “Per come si è sviluppato e per le mie conoscenze del servizio segreto russo, in particolare del Gru, si tratta di un caso classico. Quello che mi meraviglia è perché si sia dato questo clamore al caso” dice Mori. E lancia la prima bordata: “Potrebbe trattarsi della solita, banale lingua lunga di qualche nostro funzionario che parla con la stampa, però mi sembra strano, perché conosco quelli che lavorano in quel settore e non hanno la lingua lunga. E allora forse c’è qualche decisione a livello governativo, anche in un quadro di valutazione di politica generale. Penso non si tratti, dunque, di una fuga di notizie, se non voluta. Credo, insomma, si tratti di una valutazione che deve aver fatto l’organo di governo”. L’intervista a Mori è lunga e tocca diversi punti, dalla definizione di “atto ostile” data da Luigi di Maio – “gli atti ostili li fanno tutti, anche gli americani, gli inglesi, i cinesi” – fino ai metodi del Gru, “sempre gli stessi” dice Mori. Ma il tema della scelta politica di fare uscire la notizia è qualcosa su cui vale la pena riflettere.

Un ordine dall’alto

L’impressione è che in questo caso abbia prevalso non tanto la trasparenza, che è sempre apprezzata, quanto l’utilità in termini di politica interna ed esterna. L’Italia aveva bisogno di un elemento per dimostrare qualcosa: un messaggio erga omnes che deve andare a mettere dei puntini sulle “i” non solo in ambito interno ma anche verso gli alleati del governo in ambito internazionale. E non è detto che l’ordine non sia partito proprio da Palazzo Chigi. Il Messaggero riferisce che “Mario Draghi ha voluto che l’arresto del militare italiano e il fermo del diplomatico russo venissero comunicati immediatamente ai presidenti delle commissioni Difesa ed Esteri e al Copasir. E che Di Maio ne chiedesse conto all’ambasciatore russo a Roma”. Tesi che a questo punto sembrerebbe accreditata dallo stesso Mori e da molti analisti. C’è un intento che va ben al di là del singolo caso.

La questione è particolarmente se si ricordano due elementi. Il primo riguarda i partiti che sostengono l’attuale maggioranza. Due in particolare, Lega e Movimento 5 Stelle, sono sempre stati accusati di avere in qualche modo legami con la Russia. E questi rapporti sono stati una spada di Damocle importante per il governo giallo-verde del primo Conte, tanto è vero che come primo atto del nuovo corso giallorosso vi fu l’arresto di una spia russa proprio in Italia, Aleksander Korshunov. Segnale che non può essere certamente considerato casuale. L’intento di accreditarsi come nuovo premier filo-americano serviva a Giuseppe Conte per evitare di rimanere in un’impasse molto pericolosa, specialmente per la nuova alleanza con il Partito democratico.

Atlantismo e i timori di Biden

Draghi rispetto a Conte viene da tutt’altro curriculum. Atlantismo ed europeismo sono stati da subito il marchio di fabbrica del nuovo esecutivo sostenuto dalla maggioranza trasversale. E non è un caso che il premier abbia usato quei termini dopo che per anni gli Stati Uniti hanno accusato Palazzo Chigi, tra le righe, di essere troppo tentennante. L’Italia arrivava dai camion militari russi a Bergamo e i medici cinesi accolti festosamente, ma quelle immagini raffiguravano rapporti amichevoli che a Washington non sono mai piaciuti E questo ha indubbiamente creato dei problemi all’interno dei palazzi romani e dei referenti Usa. Draghi non ha certo bisogno di dimostrare la sua convinzione nell’asse euro-atlantico: ma in questo senso l’arresto di Biot può servire anche a far capire ai suoi stessi alleati che in Italia non si accetteranno corse in avanti verso Oriente, sia che esso si chiami Pechino o che si chiami Mosca. E l’arrivo di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti non può che essere stato un momento di passaggio fondamentale.

Un dato forse chiarisce più di tutti l’importanza dei partiti italiani nell’ottica della sfida americana alla Russia. Nel dicembre del 2017 uscì un articolo su Foreign Affairs a firma di Biden e del suo conigliere per l’Eurasia, Michael Carpenter, sulle infiltrazione di Mosca nella politica europea. Si parlava anche dell’Italia e venivano citati due partiti in particolare: Lega e Movimento Cinque Stelle. E fa riflettere che meno di quattro anni fa l’attuale presidente americano considerava i due più grandi partiti a sostegno di Draghi come elementi sostenuti dal Cremlino. Il mondo certamente è cambiato: ma la mentalità da Guerra Fredda di Biden evidentemente ha bisogno di alcuni simboli. Garanzie da parte di Roma che la visione atlantica non cambia, nonostante fughe in avanti verso la Via della Seta o Sputnik.

Tra Occidente e Russia Ã¨ (di nuovo) Guerra Fredda e uno degli indicatori migliori per misurare la temperatura delle relazioni tra i blocchi è rappresentato dalla questione spionaggio. Il mese di marzo è stato particolarmente intenso e ricco di eventi da questo punto di vista, alla luce di un’operazione che ha smantellato una rete spionistica in Bulgaria e di un affair coinvolgente un ufficiale della Marina italiana scoppiato nella mattinata del 31.

Il caso

La giornata del 31 marzo si è aperta con la diffusione di una notizia che ha riportato la memoria dell’opinione pubblica ai tempi della Guerra Fredda: nella serata di ieri un capitano di fregata della Marina militare italiana è stato tratto in arresto per aver ricevuto denaro (cinquemila euro) da un funzionario militare russo, di stanza presso l’ambasciata russa a Roma, in cambio della consegna di documenti classificati di natura militare e riguardanti anche l’Alleanza Atlantica.

I due militari erano pedinati da tempo e sono stati colti in flagranza in reato dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (ROS), agenti su mandato della Procura della Repubblica di Roma e operanti nell’ambito di una lunga attività di indagine portata avanti con il contributo e il supporto dei servizi segreti interni, ovvero l’Agenzia informazioni sicurezza interna (AISI), e dello Stato Maggiore della Difesa.

Per il capitano, che si trova in stato di arresto, sono scattate le accuse di gravi reati attinenti allo spionaggio e alla sicurezza dello Stato, per i quali rischia fino a dieci anni di reclusione, e tra i due governi è calato il gelo: il gelo di una sudorazione algida che (ci) ricorda come l’Italia sia uno dei teatri principali della cosiddetta “nuova guerra fredda”. Trattasi, del resto, del più grave incidente del genere dai tempi del caso Oto Melara di La Spezia del 1988.

Uno scandalo all’amatriciana

Presagi funesti ed eventi lugubri accadono ogniqualvolta che fra Roma e Mosca vi siano prove di riavvicinamento. In principio furono la Lega e l’Associazione Lombardia-Russia, travolte da uno scandalo all’amatriciana all’indomani del tour capitolino di Vladimir Putin, e, oggi, un fulmine a ciel sereno irrompe con veemenza nella quotidianità del Bel Paese, ponendo (forse) fine a settimane di dialogo nel nome della cooperazione vaccinale e di un possibile lenimento delle sanzioni russe ai prodotti alimentari nostrani.

Tra i due governi è calato il gelo perché il caso spionistico ha persuaso la Farnesina ad agire con pronta fermezza e con durezza ritorsiva. Nella mattinata del 31, infatti, il ministro Luigi di Maio ha messo la firma su un ordine di espulsione immediata nei confronti del funzionario coinvolto nello scandalo e del suo superiore, causando l’immediata reazione del Cremlino, che ha preannunciato reazioni. E, conoscendone il modus operandi, supponiamo che saranno perfettamente simmetriche oppure “asimmetriche al ribasso”. Su questa lunghezza d’onda il vicepresidente della commissione per gli Affari internazionali della Duma, Alexei Cepa: “Saremo costretti a rispondere in modo analogo. Ci sarà una risposta simmetrica”.

L’operazione degli uomini del Ros, inoltre, ha avuto ripercussioni anche a San Marino, il micro-stato che ha storicamente funto da punto di collegamento tra Italia e Russia e che nei giorni scorsi ha dato semaforo verde all’utilizzo dello Sputnik V sul proprio territorio. Nella giornata di oggi era previsto l’arrivo sul monte Titano di Sergey Razov, ambasciatore russo in Italia e a San Marino, ma la sua visita è stata annullata a seguito della sua convocazione alla Farnesina.

Le reazioni internazionali

Il ministro degli Esteri Luigi di Maio, in audizione congiunta alle Commissioni riunite Esteri di Camera e Senato ha spiegato che la cessione di documenti classificati in cambio di denaro che ha coinvolto un capitano di fregata della Marina militare italiana e un ufficiale delle forze armate russe di stanza in Italia, “rappresenta un atto ostile di estrema gravità”.

Reazioni molto dure contro le operazioni russe sono arrivate anche da Regno Unito e Stati Uniti.  Il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab, ha espresso “solidarietà” all’Italia per l’espulsione dei funzionari accusati di spionaggio e definito “maligne e destabilizzanti” le azioni di Mosca, “che mira a minare un alleato della Nato”. L’intera operazione è stata accolta con “preoccupazione” dagli ambienti dell’Amministrazione Biden. Fonti di Washington hanno riferito all’Adnkronos che le continue attività russe nei Paesi Nato rappresentano sicuramente “un problema” per la sicurezza nazionale dei Paesi coinvolti e dell’Alleanza atlantica.

Tuttavia, da una prima analisi, i documenti riservati che sarebbero stati venduti alla Russia dall’ufficiale infedele non rivestirebbero “un’importanza di particolare rilievo” per la sicurezza italiana e della Nato, anche se confermano l”attivismo” di Mosca nei confronti dell’Alleanza. Da parte Usa c’è comunque “piena fiducia” nelle capacità italiane di fare fronte a queste minacce, come dimostra l’esito dell’operazione di Roma.

Un filo ci lega a Sofia

L’Italia non è l’unica nazione coinvolta nella guerra di spie. La scorsa settimana, nella giornata del 22, il governo bulgaro dava notizia dell’emissione di un decreto di espulsione ai danni di due diplomatici russi accusati di spionaggio. Ai due erano state concesse 72 ore per abbandonare il territorio bulgaro, in quanto dichiarati personae non gratae, e la loro espulsione avveniva all’indomani dello smantellamento di una presunta rete spionistica composta da sei persone che, secondo l’accusa, operava per conto del Cremlino.

L’operazione bulgara, esattamente come quella italiana, è avvenuta sullo sfondo di un clima di parziale riavvicinamento tra le parti determinato dalla recente in funzione del gasdotto Balkan Stream. Sofia e Mosca, invero, avevano iniziato a discutere di un suo possibile potenziamento che, se concretato, trasformerebbe la Bulgaria in un punto di snodo nevralgico per il gas russo in entrata nell’Europa orientale.

Lo scandalo spionistico, però, ha raggelato nuovamente le relazioni bilaterali tra Sofia e Mosca e trasformato quest’ultima in uno dei principali temi dibattuti nei salotti televisivi e sulle piattaforme sociali dalle principali forze politiche. Perché in Bulgaria, in effetti, è tempo di elezioni parlamentari – le urne si apriranno il 4 aprile – e lo spauracchio russo ha aiutato i candidati a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi economici e sociali che infestano la nazione.

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